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A little, little garden

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Feste natalizie…decorazioni. No, niente plastica, neppure luci e lucine, neppure e tantomeno stragi d’alberi e odiose amputazioni di rami. Ho semplicemente preso alcune pianticelle di aromatiche (l’alloro è il simbolo natalizio per eccellenza a Genova) e le ho disposte sul mio vecchio pianoforte; qualche fiocco d’oro e cremisi, un minuscolo presepe di vetro soffiato, una piccola stella cometa. L’effetto era tenero e commovente.

Le pianticelle crescevano e adesso le ho sistemate dalla finestra della cucina dove godono di luce, sole, affetto. Io mi sto trovando un minuscolo “giardino dei semplici” come venivano chiamati gli orticelli dai monaci, parte viva e vitale della mia quotidianità.

le cose che non sono più

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(…) but now they drift on the still water,

Mysterious, beautiful;

Among what rushes will they build.

By what lake’s edge or pool

Delight men’s eyes when I awake some day

To find they have flown away?

(ma ora ecco, misteriosi e belli,

Scivolano sopra l’acqua immobile;

Fra quali giunchi costruiranno il nido,

Presso che riva di lago o stagno

Delizieranno mai gli occhi degli uomini il giorno

Che io mi sveglierò, e troverò che son volati via?)

W. B. Yeats “The Wild Swans at Coole” 1919

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Dove vanno le cose che non sono più? Le emozioni che più non proviamo ma che un tempo provavamo con forza?  Dove vanno gli oggetti accantonati, le frasi lasciate nel vento, i visi dimenticati, i ricordi che più non sono? E la storia lontana e vicina, passata, la sabbia portata via dalla marea? Forse gli antichi lo sapevano dove va tutto, nell’acqua del Lete, l’acqua dell’oblio. Gli antichi avevano radici più vicine all’animo umano e capivano, e nella loro sublime delicatezza trovavano un posto per tutto, una forma poetica che attraverso il bello dava a tutto una spiegazione. Noi, poveri umani sbattuti nelle nostre miserevoli certezze a nulla abbiamo più risposta.

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Dove vanno le cose che non sono più? ci sarà un luogo, un anfratto caldo dove vanno a riporsi assieme ai mille e mille e mille gesti che tutto hanno contraddistinto? Ci sarà un luogo di debole luce ma tiepida e accogliente che riporrà tutto questo e avrà tenerezza di tutto quello che viene gettato via?

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Forse basta un semplice ricordo, un soffermarsi per qualche istante, un indugio su una superficie povera e arrugginita a restituirle l’incanto della vita.

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E forse, allora, assieme ai candidi cigni di Coole, le cose che non sono più troveranno un altro lago, un altro stagno, un altro nido e, forse riaffondando nel passato, riavranno altri sguardi pieni di amore e di tenerezza.

Auguri!

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Con tenerezza, armonia, delicatezza. A tutti, ad ogni cosa, ad ogni essere vivente. A tutto quello che è e che sarà e anche a quello che è stato. Una volta piena di stelle, un’acqua sorgiva che gorgoglia tra il freddo e il muschio, lo scalpiccio di un piccolo abitante della notte, una folata di vento. E il calore di un saluto inaspettato, di un sorriso non forzato, di una mano che si allunga e che stringe la tua. A tutto ciò che di buono è e può essere tra esseri viventi, grandi piccoli, di acqua cielo terra, a tutto e tutti: auguri, auguri, auguri.

Would you like a cup of tea?

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Ho sempre amato le teiere, tanto da averne accumulato un vero esercito…tantissime ne ho comperato, altrettante mi sono state regalate. Sono anni e anni che raccolgo teiere…la mia predilezione punta su vecchie, sbrecciate, consunte, annerite e ingiallite stoviglie. Più tracce si porta addosso, l’amica teiera, tanto più mi sarà cara…leggere il suo vissuto è interessante come aprire il libro del tempo…

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Naturalmente non sono queste le teiere che mi vengono donate, ma quelle belle, particolari, venute da lontano…anche loro raccontato le loro storie, anche loro parlano di sé e dei luoghi da dove provengono, le forme che sono ritenute belle o funzionali da quelle culture che le hanno prodotte.

La prima è una teiera cinese, terracotta, liscia al tatto, delicata ma non troppo, sa il fatto suo e sa come tenere caldo un liquido dorato prezioso.

La seconda è europea, suppongo tedesca perché sono tutte forti e massicce anche se piccolissime; in genere le teutoniche ragazze stanno a loro agio anche su fiamma aperta, hanno fondi spessi e pesanti, non indietreggiano davanti a nulla, con prussiana determinazione…

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Talvolta anche vecchie zitelle inglesi si danno da fare e assomigliano a signore germaniche con treccioni sulla nuca da opera di Wagner…

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Forti, robuste, determinate, con un fondo che resisterebbe all’attacco di un lanzichenecco.

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e in questa allegra combriccola di amiche  si toccano tutti i punti cardinali e si mischia il coccio con l’alpacca, con la ghisa giapponese che sembra parte di un’armatura di samurai, per non parlare delle teiere africane che ti deliziano con intrecci di rafia e argilla, lucida, bella e calda mentre dame orientali  sono ornate di  monili di lacca, argento, filigrana…

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una ragazza polacca tutta tonda e pasciuta si è rivestita di pois bianchi e blu mentre un’italiana marinaresca si è appesa nel fondo oltremare un intero banco di pesci…

Quanto mi divertono le  teiere! Se poi un anello di vapore le incornicia e un aroma delicato sale piano piano dal loro beccuccio diventano davvero una delizia…ti scaldano le mani, lo stomaco ed il cuore….

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meraviglioso Valerio

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Sapevo di lui, ma sapevo così poco da confonderlo con tutti gli altri grandi pittori genovesi del Secolo d’Oro, tutti bravissimi, pieni di talento, maestria e professionalità estreme. Il suo nome era quello vago di un grande in mezzo a tanti altri grandi.

Poi, un giorno, lo incontrai. E capii cosa fosse la folgorazione. Rimasi annichilita, tramortita davanti a questo quadro. Ci finii per caso, in coda ad una visita guidata ai depositi di Palazzo Bianco. Non avevo neppure letto il nome dell’autore ma rimasi immobile, a bocca aperta davanti a lui. E mi accadde di nuovo, e di nuovo e di nuovo, ogni volta che il caso mi faceva entrare in una sala di museo dove, tra gli altri dipinti ce ne fosse uno suo. E l’innamoramento divenne amore e come Amore vuole, nacque una sorta di devozione. Amo Valerio Castello e lo amo profondamente. Seguo le sue tracce, scrivo di lui, lo immagino, lo inseguo nei luoghi genovesi dove visse e dove lavorò.

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Disegno i suoi dipinti, alla ricerca di un qualcosa che ancora non so ma sono certa di voler trovare. Non voglio narrare la sua vita, il Soprani lo fece benissimo da uomo del suo tempo, io cerco di raccontare perché lo amo e perché cerco di disegnarlo.

Era dolce, generoso e di gentil aspetto. Era vitale, gioioso, geniale. E da innamorata dico di lui ciò che detesto sentir dire quando si parla di arte: era il più bravo…

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Attraversa la fama di suo padre, la potenza di una Genova sopra l’universo intero, attraversa la grande peste, scopre, sperimenta, gioisce: Valerio gioisce sempre nella sua pittura e della sua pittura e ci trasmette questa vitalità, questa gioia travolgente, solo Mozart riesce a fare altrettanto.

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Valerio ha una pennellata prodigiosa, veloce, immediata, con pochi tocchi rende tutto sottraendo tutto: e si rimane estatici davanti a tanta sicurezza a tanta capacità completamente priva di orpelli e di ostentazione. Valerio rappresenta l’essenza stessa della vita e della pittura.

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Accadono fatti in mezzo ad altri fatti, tutto è reso, tutto è rappresentato, come il suono di un’orchestra straordinaria: luce, colore, movimento, meraviglia, trasparenza. Rompe ogni schema perché va sempre oltre, non è più spazio bidimensionale, tela, tavola, parete, è solo Valerio Castello, purezza di pensiero, quasi che l’atto del dipingere per lui sia come quello del respirare.

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Genova è ricca delle sue meraviglie e questo mi riempie di gioia, posso andare da lui quando voglio, come voglio, con le mie matite, la mia carta, la mia pochezza e il mio grande amore.

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nobili negozi genovesi (seconda parte)

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Siamo a Sampierdarena (ancora lei) in quella che oggi si chiama via Daste , che un tempo si chiamava via Mercato e che segna il principale tracciato stradale della città antica, ad angolo con via Gioberti. Questo è un punto davvero delizioso della mia amatissima Sampierdarena: la via è pedonale costellata di negozi, piccoli solo per spazio ma meravigliosi per il calore che rendono a tutta la zona e per l’unicità dei suoi esercenti. Proprio qui c’è la Farmacia Gioberti, nobile, antica e gestita dai due farmacisti più gentili e fascinosi della città che uniscono competenza e disponibilità al punto  che si attraversa tutta Sampierdarena per andare da loro. Tutto è gentilezza alla Farmacia Gioberti, i dottori e le signore che vi lavorano nonché la bellezza del luogo.

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L’attuale Farmacia risale alla metà degli anni venti con arredi dell’epoca perfettamente conservati. Già l’esterno è bellissimo: legno caldo, proporzioni armoniose e l’ingresso in mezzo a due leggere vetrine un poco inclinate, come ad armonizzarlo con l’interno che è rivestito di mobili originali di mogano di due tonalità diverse con vetri in parte ocra e in parte viola davvero impareggiabili. Hanno modanature, intarsi, decorazioni e maniglie  di sfumature bronzee…anni venti dunque, la farmacia che possiamo vedere, ma la sua storia è ancora più antica…

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Sorge nel 1910 come “Farmacia esterna dell’Ospedale di Sampierdarena” esattamente nel piano terra della villa Scassi “La Bellezza” , che dista poche decine di metri dall’attuale collocazione. Per la regolamentazione della sanità voluta dal governo Giolitti, la farmacia  si dovette spostare nel 1925-26 sempre conservando lo stesso nome perché questo era: la farmacia dell’ospedale sampierdarenese. Si spostò e questo “trasloco” suscitò non poche beghe con una farmacia limitrofa per motivi di concorrenza, vista la vicinanza che si andava creando…tutto si risolse davanti al Consiglio di Stato e la nostra amata farmacia rimase dove la troviamo ancora oggi. Sono due generazioni di farmacisti che dal 1976 la fanno vivere.

pavimento farmacia gioberti

Tutto è elegantissimo e immutato: gli arredi lignei con seri e meravigliosi fregi, i vetri, i pavimenti che per me rappresentano l’essenza della genovesità pratica e quotidiana: le mattonelle esagonali giocate sui toni caldissimi dei rossi e dell’ocra inframmezzati dal nero corvino che rendono tutto paragonabile, nel districarsi degli incastri geometrici, ad un dipinto di Escher…

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Ogni cosa è esattamente dove e come deve essere, la struttura, gli arredi, la luce che ha toni d’ambra in estate e velluti smorzati nelle corte giornate d’inverno, sino al saluto sorridente che incontriamo entrandovi… e, per agevolare il mio lavoro,  mi è stata offerta una sedia d’epoca…cosa desiderare di più?

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Old shapes!

 

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Di nuovo forme, di nuovo legate alla cucina, allo sfaccendio domestico come tramite per un passato, per un mondo che non esiste più se non nelle tracce, nei ricordi, nelle memorie forse di altri, ma così presenti da diventare nostre.

Ogni oggetto antico mi interessa, mi incuriosisce e mi commuove. Là dentro, in quelle forme, in quegli ingranaggi, rimane un’idea di vita e di mondo che non è più questo e che, pur non avendolo vissuto, mi manca.

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Tutto appare poetico, lirico, più ricco di significato. C’è sempre una intrinseca ricerca della bellezza, dell’armonia della forma e, a differenza di quello che crediamo, non a discapito della funzionalità.

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Guardando, ma soprattutto disegnando quelle vecchie “forme”, mi sono resa conto che nulla era dettato dal senso della mera decorazione ma tutto aveva una sua funzionalità.

Quel ricciolo di ottone che rende armonioso il coperchio di quella semplice brocca in realtà è utilissimo nel gesto di sollevarlo come la linea sinuosa del manico offre un presa perfetta. Ogni dettaglio è lì perché lì deve essere.

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Ho disegnato tutto a penna su pergamena. La penna necessita di un’attenzione assoluta, non si deve sbagliare, non bisogna lasciar spazio alla disattenzione. E questo mi porta all’osservazione, alla ricerca della comprensione delle forme. Delle vecchie forme…

Shapes!

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ed eccomi qua, di nuovo in cucina. Amo il calore dello sfaccendio, il vetro che si appanna di vapori, la luce bassa, i rumori familiari che arrivano leggeri dalla strada  priva della tracotanza del traffico: solo voci di umani, qualche abbaio, molti cinguettii. Bello, in cucina si sta proprio bene. E le sue forme! un crogiolo di geometrie, di funzionalità, di piccoli geniali marchingegni. Ho una passione viscerale per i vecchi attrezzi da cucina che uniscono un forte senso pratico alla bellezza, alla cura per le piccole cose perché dovevano durare ed erano amate.

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Quante volte mio nonno avrà preso in mano questo apribottiglie? Io lo conservo in cucina come un prezioso soprammobile, mi fa pensare alle sue mani grosse e forti  e ai passetti di mia nonna nel loro cucinone dove ancora troneggiava una stufona economica…gli odori, la luce, le foglie degli alberi alti in giardino…quanta tenerezza, quanta nostalgia, la mia piccola cucina è piena di loro cose che mi riallacciano al loro vissuto.

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Gli oggetti della cucina hanno tutti un particolare fascino, una gentilezza innata, un’anima generosa di chi si offre al servizio altrui. Le teiere sono belle e paffute governanti inglesi, sanno loro meglio di noi come gestire le cose

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e anche la vecchissima signora cinese non scherza in fatto di eleganza e dimestichezza col vivere, il suo cappuccio, che sembra sempre sul punto di cadere, si tiene invece in equilibrio perfetto, come una vegliarda che fa ogni mattina Tai-chi.

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Anche questo signore, un gentiluomo di campagna, sa il fatto suo. Viene da un luogo molto caro ad una persona a me molto cara. Me lo ha donato e la cosa mi ha commosso. E’ un oggetto elegantissimo, sinuoso, con elevazioni gotiche. Rimanda trasparenze e sfumature purissime eppure è solido, forte, non sembra delicato o fragile: è un vero signore dell’entroterra ligure.

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E una mattina domenicale piena di luce e di silenzio, tagliando un limone, a colazione, mi è apparsa questa forma zen..riluceva come un topazio. Tutta scompigliata non ho potuto che prendere gli acquerelli e fermarlo sulla carta, piccolo faro profumato.

A little piece of heaven (1)

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Ho l’onore di dipingere all’Orto Botanico “Hanbury” di Genova. Giornate di luce e sole straordinari, quando l’autunno è generoso rende trasparenze ineguagliabili.

Essere immersi nella luce in una mattina di Ottobre, lassù, nella vegetazione dell’orto botanico, nel cuore della città eppure completamente isolati da tutto. Uno scrigno verde: profumi, vibrazioni e movimento. In una parola: difficilissimo.

La prima difficoltà è dominare la propria emozione, è logico emozionarsi in tutto quel tripudio di meraviglia. Idea iniziale: acquerello. Piccole dimensioni, ricerca di pennellate veloci eppure non sufficiente la resa della vibrante vita che permea tutto.

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Sono ricorsa alle matite, questa tecnica, se usata per masse cromatiche, mi obbliga a non soffermarmi su ogni dettaglio che, col variare della luce, inesorabilmente cambia.

Ma che difficile! Ogni volta che lavoro immersa nella natura l’ombra (anzi, la luce) di Monet mi bacchetta ferocemente e dice “No!”  e ha sempre ragione…no, troppo statico, troppo…no, non riesco a rendere l’essenza di quella vitalità…e cerco rifugio nella serra

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centinaia, migliaia di forme che mi corrono incontro a darmi la rotta. Dove c’è geometria tutto ai miei occhi appare più comprensibile e quindi più realizzabile.

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il sole era radente, si rifletteva sui vetri un poco opachi e restituiva una densità opalescente, vellutata. Un raggio di sole si fermava per pochi attimi su una forma e la rendeva un miracolo tutto d’oro, una piccola icona vegetale.

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anche nella serra cercavo di andare oltre le forme, con difficoltà, con stupore.., sinceramente, con commozione.

E in tutto questo mio caos, di idee, di confusione, di irrealizzato, compare lei, la Signora dei Semi, la cui essenza è di linfa, profumo e viticci, che sa guardare con cura straordinaria l’infinitamente piccolo, la vita in nuce e la studia e custodisce. Ecco la vera lettura di quel luogo, questa botanica meravigliosa che sa vibrare in quella luce come un dipinto di Monet.

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Autumn in the kitchen…

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La cucina è un luogo di raccoglimento, forse il maggior luogo di raccoglimento di una casa e quello che meglio la rappresenta. Mai come nella nostra cucina rappresentiamo noi stessi. Indipendentemente se si sia più o meno bravi cuochi, in tempi dove non si fa altro che inneggiare ai cibi (non al cibo ma ai cibi) parlare di questo luogo antico mi suona un pò già sentito.

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Ma no, nessun pensiero alle ricette! piuttosto al desiderio di disegnare la mia cucina.

E’ oltremodo divertente portare pennelli e colori sul tavolo di cucina che nella fattispecie è un tavolo di legno massiccio fatto magistralmente da mio padre, stendere fogli e album e, mentre qualcosa sobbolle timidamente sui fornelli, guardarsi attorno e scegliere i soggetti…

Eccola lì, la salvia…rasenta l’azzurro pallido nelle trasparenze della luce, davanti alla finestra; poggia su una vecchia piastrella del Périgord ricordo di una mattinata in mezzo alla neve e, accanto a lei, ciotole di ceramica genovese sfoggiano toni di smeraldo su una mattonella del sud Italia, antica e potente nei suoi blu oltremare

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In autunno i colori sono sorprendenti e si manifestano in frutti, foglie, verdure

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Caco di Liguria, piccolo, dolce, con trasparenze di pietra preziosa e gusto di nettare e sole

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i rubini del melograno sono così rossi da non poterli riprodurre…consistenza e lucentezza, succo dolce e amaro, mi stupiscono sempre …

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e i piccoli protagonisti del mio sfaccendare, sempre legati a qualcosa e a qualcuno, a chi ha amorevolmente fatto crescere e maturare questi meravigliosi esseri fatati: l’aglio, perfezione di tegumento, di spicchi sodi e odorosi, di barbe bionde e grigie; l’armonia di coerenza nella livrea cremisi dei fagioli, la pelle lucida e resistentissima dei peperoncini che racchiudono un esercito di sementi

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e diventano ornamento, oltre che cibo, abbarbicati sul profumo dell’alloro e su un coniglietto di stoffa…

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e infine lei, la pesante pentola di coccio che faticosamente sobbolle i miei alimenti vegetali, sì, solo vegetali… gli animali non sono cibo, sono amici cari e preziosi.